Paragrafo 175 del codice penale tedesco [28/6/1935]

§175
Un uomo che commette atti licenziosi e lascivi con un altro uomo o permette l'abuso su di sé di atti licenziosi e lascivi, deve essere punito con l'imprigionamento.

175a
È obbligatorio l'imprigionamento in un penitenziario per un periodo di tempo non superiore ai dieci anni, e (in presenza di circostanze attenuanti) non inferiore ai tre mesi, per:

1. l’uomo che, con l'uso della forza o della minaccia della vita, obbliga un altro uomo a commettere atti licenziosi e lascivi con lui o obbliga la controparte a sottomettersi ad abuso con atti licenziosi o lascivi.

2. l'uomo che, sfruttando la propria posizione di superiorità in una relazione, per motivi di servizio, impiego o grado, induce un altro uomo a commettere atti licenziosi e lascivi con lui o a sottomettersi ad abuso mediante tali atti.

3. l'uomo che, avendo più di 21 anni induce un uomo che ha meno di 21 anni a commettere atti licenziosi e lascivi con lui o a sottomettersi ad abuso mediante tali atti.

4. l'uomo che organizza in modo professionale atti licenziosi e lascivi con altri uomini, o li sottometta ad abuso mediante tali atti, o offre se stesso per atti licenziosi o lascivi con altri uomini.

§175b.
Gli atti licenziosi e lascivi contrari alla natura, fra esseri umani ed animali, devono essere puniti con l'imprigionamento; può rendersi necessaria la perdita dei diritti civili.

 

UNO STRAORDINARIO FILM DOCUMENTO
"PARAGRAPH 175"

Ora disponibile in DVD versione italiana lo straordinario film "Paragraph 175" di Rob Epstein e Jeffrey Friedman.

Parlano 5 sopravissuti all'esperienza della persecuzione nazista contro gli omosessuali.
Uno straordinario documento tragico e commovente: parlano 6 sopravissuti all'esperienza della persecuzione nazista contro gli omosessuali.

PARAGRAPH 175

USA, 1999

regia: Rob Epstein, Jeffrey Friedman

testo: Sharon Wood

fotografia: Bernd Meiners

suono: Pascal Capitolin musica: Tibor Szemso

narratore: Rupert Everett

produttori: Rob Epstein, Jeffrey Friedman, Michael Ehrenzweig, Janet Cole

produzione: Telling Pictures 35mm, 75', col.


Paragrafo 175: “Un atto sessuale non naturale che avvenga tra persone di sesso maschile o tra esseri umani ed animali, è punibile con l’imprigionamento; può inoltre essere prevista la perdita dei diritti civili” (Codice Penale Tedesco, 1871). Tra il 1933 ed il 1945, secondo i documenti Nazisti, circa 100.000 uomini vennero arrestati per omosessualità. Di questi, circa la metà venne imprigionata, ed un numero compreso tra 10.000 e 15.000 venne inviato ai campi di concentramento. La percentuale di morti fra i prigionieri omosessuali nei campi è stimata attorno al sessanta per cento (tra le più alte fra i prigionieri non Ebrei), per cui nel 1945 ne sopravvissero solo 4.000 all’incirca.

 
Il fatto che gli omosessuali maschi fossero perseguitati dai nazisti e che fosse stato loro assegnato il simbolo distintivo del triangolo rosa comincia ad essere noto a molti. Quello che resta poco conosciuto è il fatto che molti sopravvissuti gay siano stati oggetto di persecuzioni continue anche nella Germania post nazista, dove vennero visti non come prigionieri politici, ma come criminali, secondo la legislazione nazista sulla sodomia, legislazione che rimase in vigore ben oltre la fine della guerra. Alcuni vennero arrestati nuovamente dopo la fine della guerra e rispediti in carcere, tutti vennero comunque esclusi dai risarcimenti previsti dal governo tedesco, ed il tempo trascorso nei campi di concentramento venne loro dedotto dalle pensioni.

Negli anni ’50 e ’60, il numero degli arrestati per omosessualità nella Germania Ovest era identico a quello registrato durante il periodo nazista. La versione nazista della legge sulla sodomia rimase in vigore fino al 1969. I registi Friedman ed Epstein, in collaborazione con lo storico tedesco Klaus Müller, hanno realizzato con “Paragraph 175” uno straordinario documentario, nel quale, per la prima volta, sei degli ultimi otto sopravvissuti all’olocausto omosessuale accettano di parlare di questa terribile (e finora sconosciuta) pagina di persecuzione nazista. Il semplice ricordo di alcuni degli avvenimenti sopportati è più forte di qualsiasi rievocazione storica, ed i volti e le storie di Gad Beck, Heinz Dormer, Pierre Seel, Albrecht Becker ed Heinz F. sono quanto di più commovente si possa immaginare. Un documentario assolutamente da non perdere, destinato a divenire un classico.


Biofilmografia:
Rob Epstein, nato a New Brunswick, New Jersey nel 1955, ha iniziato la sua carriera cinematografica come uno dei sei registi del famoso documentario “World is Out”. I suoi precedenti lavori comprendono “The Times of Harvey Milk” e “Common Threads: Stories from the Quilt”, entrambi vincitori dell'Oscar.

 
Jeffrey Friedman, nato a Los Angeles nel 1951, lavora regolarmente nel cinema dal 1972. Ha lavorato come aiuto montatore in “Toro Scatenato” di Martin Scorsese, come autore delle animazioni in “The Times of Harvey Milk” e come co?regista in “Common Threads: Stories from the Quilt”. Il suo ultimo lavoro è “The Celluloid Closet” del 1995, presentato a questo festival e condiretto con Rob Epstein.


Contenuto:
Heinz Dörmer è uno dei cinque omosessuali sopravvissuti ai lager nazisti che accettano di raccontarsi; nei titoli di coda veniamo informati che due altri hanno declinato l'invito di rievocare quelle sofferenze, troppo dolorose, al punto che a Pierre Seel aprono ferite anche fisiche (urla la sua disperazione e la vergogna dell'intero popolo tedesco: "Il mio culo sanguina ancora, perché i tedeschi mi ci hanno infilato un palo di 25 centimetri") e accetta il confronto con la macchina da presa soltanto per mezza giornata. Heinz Dörmer era un capo scout - luogo topico delle prime consapevolezze gay a giudicare dalla ricorsività dei campeggi scout nell'edizione di quest'anno - e nello schema del film, girato in digitale riversato su pellicola e montato con una perizia intelligente, completa il discorso iniziale sull'improvviso cambiamento prodotto dall'avvento del nazismo sulla dorata epoca davvero liberata della Berlino di Weimar. Heinz Dörmer ora sembra un oracolo, Omero che canta la battaglia persa con le squadracce della Hitlerjügend, con gli occhi persi in immagini che solo lui riesce a vedere dietro agli occhi acquosi e blu dei vecchi.

Pierre Seel parla in francese per tutta l'intervista; affrontato per strada, appare subito il più recalcitrante, astioso nei confronti di chi lo importunava - e subito con maestria gli autori premettono che la loro intrusione nelle vite di anziani che per mezzo secolo hanno subito una rimozione, diventa una nuova violenza nel momento in cui si chiede invece di ricordare -, capace di esprimere (e chi potrebbe biasimarlo!) lo stesso odio che i nostri genitori, testimoni di rastrellamenti e uccisioni, hanno rinfocolato per decenni nei confronti dell'intero popolo germanico ("Avevo giurato che non avrei mai più stretto la mano a un tedesco"). Proprio nel montaggio, che distoglie sapientemente per un attimo la camera dal volto indignato di Pierre Seel, gli autori infilano il primo dei cinque commenti che si riservano: schede e indirizzamenti all'attenzione del pubblico, che in questo caso riassumono il motivo di partenza del film: "Per tutta la vita si sono sentiti dire che non si voleva sapere, che erano fatti del passato, finiti. Ed ora noi gli chiedevano invece di ricordare i lager"; ed infatti uno di loro ha strappato alcune foto dell'album, accettando di relegare tutto nel passato. Ma poi riemerge l'indicibile.

Pierre Seel, alsaziano, si riserva alla fine di scagliarsi in tedesco, la lingua aborrita ed evitata fino a quel punto; poi finalmente sbotta: "Eppure è un'onta, vergognatevi!" e il suo sfogo s'inserisce dopo la frase di Albrecht Becker, sollecitato a valutare se si sapesse o meno dell'esistenza dei lager e della presenza di omosessuali in essi: "La gente diventa indifferente a lungo andare" è la sua triste risposta. E lui, Albrecht Becker (classe 1906), che a diciotto anni aveva incontrato un uomo di quarantacinque con cui visse, è il personaggio con più luci e ombre, connotato come esponente di quella Germania profonda, figlio di un panettiere e incastonato tra immagini in bianco e nero di un villaggio - riproposte due volte all'inizio della sua intervista e nell'epilogo straziante e sorprendente - per sottolineare una continuità che non poteva più esserci tra la sua esperienza di internato e la sua scelta ambigua di arruolarsi volontario perché nel paese c'erano soltanto più donne e lui "voleva stare con gli uomini". La scelta di proporre uno sproposito di immagini di repertorio, recuperare fotografie - alcune famose, altre meno, sporadiche preziose testimonianze che commentano direttamente il racconto che si va dipanando - consente di unire il materiale: le schede che rinfrescano la memoria sui fatti storici, visti attraverso il filtro omosessuale sempre censurato (la storia di Röhm, il fondatore gay delle SA e la conseguente Notte dei lunghi coltelli), le cifre spaventose, la storia orale splendidamente registrata, cogliendo le espressioni più significative: "una cultura si costruisce di ricordi" cita una frase degli autori posta all'inizio, quasi a voler convincere non solo i vecchi a parlare, ma anche gli spettatori ad ascoltare. Ascoltare anche Albrecht Becker che piange a dirotto, perché non aveva mai avuto nessuno fino ad allora per condividere il suo segreto, per scaricare la mente degli orrori patiti come un novello Kien di Canetti. E allora gli si perdona anche la scelta di arruolarsi e lo si vorrebbe confortare, ma il fermo di fotogramma congela il suo volto solcato da rughe.

Il film era iniziato 75 minuti prima sulla Porta di Brandeburgo come si vede oggi nella stessa ripresa che la sostituisce in bianco e nero tornando agli anni del nazismo, una trasfigurazione che gioca su allusioni e iconografie che sono patrimonio comune della memoria collettiva, fatta di treni - che si trasformano in quelli verso Auschwitz per tornare a viaggiare sulle rotaie odierne, arrivando nella moderna stazione di Berlino - e bombe ("quando venivano giù era ovvio che si facesse all'amore"), le cui rovine si confondono con i cantieri del Ku'damm attuale, svuotato del suo monito: il popolo tedesco ha svoltato pagina. Anche se le innumerevoli didascalie finali dopo averci aggiornato sulle vite dei protagonisti, più credibili di The Last Days, avvertono che il paragraph 175 del codice penale tedesco, datato 1870 e peggiorato dai nazisti, relativo ai "reati" di omosessualità e zoofilia, fu abrogato soltanto nel 1968 dalla DDR e un anno più tardi nella civilissima Bundes Republik. "Sono ricordi scomodi" e questo è uno dei compiti del documentarismo: parlandone all'uscita con Daniele Gaglianone si rilevava apprezzando la fattura, l'aspetto innovativo del film e lo specifico sviscerato che è parte di un rimosso generale. A partire dalla fortunata epoca di Hirschfeld, omaggiato anche da Rosa von Prunheim, rendendo la pellicola una summa di percorsi che uniscono i film sulla Shoah a quelli più legati a tematiche omosessuali: infatti Heinz F., uno dei cinque testimoni (classe 1905), inizia il suo contributo dai club che animavano Berlino su una carrellata di foto del citato Tanzen-Club Schwannenbourg, spezzoni d'epoca significativi, colmi di echi espressionisti, preziosi ma insufficienti: "Oggi è difficile immaginare quanto fosse bizzarro quel periodo. Tutto era sottosopra nell'epoca successiva alla prima guerra mondiale".

"Si era liberi", ribadisce Annette Eick, lesbica fuggita in modo rocambolesco in Inghilterra, mentre il volto di Marlene e le note di "Ich bin Lebenvoll" accreditano le sue parole di ragazzina sognante dei primi anni trenta, ammaliata dai locali saffici. La sua storia è utile all'economia del racconto perché fornisce un apporto epico, narrando l'incredibile fuga fatta di coincidenze, incontri provvidenziali. Quando il racconto rischia di non trovare legami tra le sequenze sapientemente il testo di Sharon Wood viene in soccorso, facendo il punto con rapide schede su singoli aspetti essenziali per annodare i ricordi. Grazie a questo si può facilmente passare dalla Storia dei cinegiornali e delle avventurose fughe alla storia quotidiana. Heinz F. è un relitto, ma si illumina quando accompagna la cinecamera nel suo stanzino del 1922, ormai uno sgabuzzino di oggetti ammassati, ma per lui un luogo di ineffabili estasi, "dove succedeva di tutto" e aggiunge un significativo sorrisetto libidinoso.

É con un repentino cambio di argomento che il racconto si trova catapultato nei lager, esperiti da tutti i testimoni e corredati da profusioni di foto, triangolini rosa e numeri di matricola. Pianti irrefrenabili eppure sommessi esplodono al ricordo dei compagni di prigionia uccisi o al ricordo di stupri e violenze subite, toccante la rievocazione del compagno di Pierre fatto sbranare dai cani tedeschi al cospetto dei trecento detenuti. La scelta di convogliare al termine del film i momenti di maggiore commozione risulta vincente perché delinea un climax, fatto di dati puntuali, graduali conoscenze dei protagonisti, vicende storiche menzionate con documenti, terminando con la congiunzione degli episodi personali con l'ecatombe europea. Gad Beck sintetizza l'entità distruttiva del risultato della ascesa di un essere improponibile come Hitler e della sua ideologia intollerante e razzista: mostra una fotografia che ritrae i ventiquattro componenti della sua famiglia e punta l'indice su due. Solo quelli sono sopravvissuti. Poi rilascia un avvincente racconto, simbolico dell'atmosfera del film, perché ritrae un duplice gesto di eroismo che non solo per Gas Beck fa da confine tra epoche diverse: dopo che il suo amico arrestato viene liberato da lui, travestito da SS, e sceglie di tornare a farsi deportare perché "non avrebbe potuto più essere libero se avesse abbandonato la sua famiglia in mano ai nazisti".

Poi il ritornello finale ci riporta all'inizio: "Mi sarebbe piaciuto parlarne con qualcuno, ma nessuno mai vuole sentire: tutti dicono che sono cose passate e finite. Anche per me è tutto passato".

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